Abbiamo perso il treno

 

DSC_1249

Giornata insolita per una incursione nel passato recente. Sabato. La solita “cricca” di maniaci della foto Vincenzo, Gianluca ed io, più Sara che taciturna e paziente, ci segue nelle nostre peregrinazioni a caccia di immagini e molto altro. Questa volta si parte alla ricerca del treno perduto o meglio di una intera ferrovia!

Non che ce la siamo fatta scappare di mano però è un po’ come se ce l’avessero sottratta. Gianluca scopre che ci sarebbe questa ferrovia-fantasma tra Capranica e Civitavecchia, rincorsa ad articoli e foto sulla rete, poi sabato in tarda mattinata dirigiamo lungo la Cassia. Computer, mappe, ipotesi.

Si lascia la macchina fuori le mura di Barbarano, entriamo in paese, le strade deserte. Sul selciato risuonano i nostri passi guardinghi; sguardi vigili, attenti, pronti a cogliere ogni minimo  movimento sospetto…delle macchine fotografiche degli altri. Atmosfera western, Jesse James e la sua banda potrebbero essere dietro l’angolo, il dito freme sul pulsante di scatto, l’aria è tesa. Anche perché sono le due, si sente un certo languorino e in realtà vogliamo sfidarci a forchettate in una trattoria. Poi finalmente eccola, l’unica, quasi un miraggio, come un saloon nel deserto di Sonora. E’ “la Pacchiona”: aria familiare, avvolgente, ancora due-tre tavoli occupati, un enorme caminetto nero di secoli domina la sala. Profumi di cucina e di sapori antichi. Qui tutto è invitante. Ci viene incontro Maurizio che ci accoglie come “viandanti” e la cosa non ci dispiace affatto, anzi! Mentre siamo in attesa dei piatti ordinati ci aggiriamo per questo ambiente così intimo, scattando e rapinando immagini qua e là. Gianluca studia con Vincenzo e Maurizio la zona cercando di capire dove passa la ferrovia perduta.

Quando lasciamo la trattoria, soddisfatti e riscaldati nel cuore, ci disperdiamo per i vicoli di Barbarano e troviamo –con nostra sorpresa-qualcosa che noi “romani” pensiamo scomparsa da tempo: ritroviamo ospitalità, cortesia, il piacere di fare rapporto con gli altri, anche con sconosciutissimi viandanti come noi. Scopriamo realtà incredibili di gente che qui viene a ricrearsi un’esistenza dopo aver perduto lavoro e certezze o di persone che non hanno mai perduto la certezza dei rapporti umani, lo sguardo amico, la parola attenta dell’altro.

Ci ritroviamo in macchina a cercare di scovare le tracce della ferrovia che univa i piccoli paesi di questa parte del Viterbese tra boschi, forre, torrenti e rupi etrusche. Luoghi dal fascino discreto ma che ti resta dentro; luoghi ben separati tra loro perché, al contrario di quanto avviene nell’hinterland romano, la campagna qui non è urbanizzata. Niente cemento tra un albero e l’altro!

Vaghiamo da un paesino all’altro, ogni tanto sotto di noi intravediamo la “tagliata” della ferrovia ormai da tempo smantellata. Ma non riusciamo a trovare il modo di scendervi, gli accessi sono introvabili e solo qualche ciclista sembra conoscere il segreto per percorrerne il tracciato.

Decidiamo di andare verso Ronciglione e di ristudiare meglio come e da dove prendere un percorso che sembra ormai divorato dalla natura, avviluppato in un intrico di vegetazione gelosa dei suoi segreti.

Poi, ad un incrocio, l’errore che ci porta in un’altra direzione. Ce ne accorgiamo e mentre si fa manovra in una sorta di piazzola…«Ma quella è la stazione di Barbaranooo!!». Tutti e quattro gli sportelli della Panda si aprono all’unisono ed in quattro saltiamo fuori come paracadutisti ad un lancio. Senza dirci nulla ci disperdiamo veloci in quella sorta di foresta amazzonica che circonda e avvolge l’edificio, stile anni venti, ormai in rovina: oggi si distingue a malapena perché la natura si è ripresa gli spazi e i volumi che l’uomo le aveva sottratto. Non sembra neanche di essere in Italia centrale: la luce attenuata e azzurrognola che segue il tramonto ricorda quella delle foreste tropicali, atmosfera sospesa, pregna di vapori del sottobosco.

Mi ritrovo sulla banchina: là dovevano esserci i binari e la massicciata. Ne percorro un breve tratto, mi volto indietro come se stesse arrivando, ansimante, una locomotiva che si trascina il suo carico di vagoni e di uomini: ma nella luce incerta intravedo solo il fantasma della stazione. Le travi in cemento che sostenevano il tetto sporgono ischeletrite dalla sommità della costruzione cadente. Quà e là i segni di qualche concessione artistica è tutto quello che resta di un mondo ormai scomparso per sempre. Sembra ancora di sentire la campanella che nel silenzio della campagna annuncia l’arrivo del convoglio. Ci addentriamo circospetti nell’edificio in rovina: quasi una scena alla Garcìa Marqués. Dalle porte e dalle finestre la natura silenziosa ma inesorabile si affaccia verso l’interno, rami e rampicanti strisciano sul pavimento e lungo gli stipiti per avviluppare i muri in un abbraccio soffocante, mortale. Da dentro sembra di essere sotto assedio e quella luce spettrale infonde una sottile inquietudine. Raffiche di scatti e poi riguadagnamo l’esterno quasi con sollievo. Di fronte alla stazione, tra gli alberi, si indovinano i macchinari in disuso di un antico deposito che muti guardano lo spettacolo della natura.. Gli ultimi raggi di sole indorano i tralicci arrugginiti.  Torneremo…

Leave a Reply