Ostuni Express

 

Copia di Ostuni007

L’Ostuni Express non è un treno anche se per qualche anno quel terribile convoglio di individui ammucchiati e sudaticci che partiva a mezzanotte da Roma avrebbe potuto, almeno per me, chiamarsi così. No, l’Ostuni Express in un certo senso sono io che da molte primavere ogni volta che ne sento il desiderio “arrauaglio” quattro cose, le butto in macchina e parto. Seicento chilometri e quando Ostuni, salendo dall’Adriatica, appare nella luce violacea del tramonto, mi ritrovo là dove ho scoperto la mia vera nascita, il profumo della libertà, il brivido sottile delle cose belle della vita, i rapporti che non mi hanno mai tradito: sì quelli che mi hanno sempre fatto sentire accettato e amato. Potrei dire che a Roma ci vivo per convenienza, ma il cuore è laggiù.

Ostuni mi appartiene (o io appartengo ad Ostuni) da quando avevo quattro anni, cioè da quando un giorno d’agosto mia zia e mio zio (ostunese d.o.c.) mi prelevarono da casa dei miei e mi sistemarono sul sedile posteriore della Fiat Giardinetta, umile e spartana ma caparbia e ostinata nell’affrontare un numero infinito di curve su e giù per l’Appia fino a Bari e oltre. La Giardinetta sarebbe stata sostituita nel ’57 dalla mitica Seicento verde pallido. Tornammo a Roma un mese dopo e io, ostinato come la Giardinetta, da allora sono tornato ad Ostuni ogni volta che ho potuto: da ragazzino, da adolescente, da grande, quella strada – ormai da anni autostrada – l’ho fatta un numero incalcolabile di volte ed ogni volta il cuore ed i miei sensi corrono sempre avanti alla macchina, arrivano sempre prima di me e del mezzo meccanico, ansiosi di spalancare gli occhi, di allargare le narici per cogliere i colori, le forme, i profumi di una terra antica, rimasta rustica nel profondo, forse a volte aspra fino a diventare quasi inospitale nei modi della gente, ma pur sempre una terra il cui richiamo per me  resta irresistibile.

La casa di Sabrina è la stessa bella casa di quando andavo giù con zio Franco e zia Scilla, l’ospitalità immutata nel tempo, il profumo di libertà sempre lo stesso. Una libertà che col passare delle generazioni è rimasta intatta, altrimenti non sarei mai tornato. “Sto scendendo”, una telefonata e Sabrina mi fa trovare un letto pronto e se non sono io che chiamo è lei che con la più naturale semplicità del mondo mi chiede quando penso di scendere. E Roma si allontana, svanisce nel suo triste e convulso vivere, nello smog puzzolente; e invece qui il tempo torna a dilatarsi, l’aria è leggera perché attraversa il mare, viene da lontano, da Oriente; le ombre e le luci sono nette, definite in un’atmosfera quasi rarefatta; se per caso qualcosa mi opprime basta che volga lo sguardo verso mare e l’occhio spaziando su orizzonti senza confini, alleggerisce subito i miei pensieri.

Nonostante gli anni e gli strati torreggianti di ricordi, qui riesco a guardami sempre avanti, è il futuro nelle mie mani.

Poi il bel caldo, le calette di Costa Merlata dalla bellezza sfacciata, il mare i cui colori cambiano di continuo, i campi dorati dal sole, i cieli puliti che al tramonto diventano color porpora, ulivi, ombre profonde e fresche in cui rifugiarsi dalla calura estiva, muretti a secco, terra rossa, il profumo dei campi in primavera o i cieli bassi e veloci dell’inverno, le masserie tornate agli antichi splendori, i muri dal bianco abbacinante della città e delle casette sparse in una campagna dove è meraviglioso perdersi. In molti casi luoghi e cose sono rimaste quasi del tutto immutate nel tempo come la piana in leggera discesa che porta alla caletta di S.Lucia e dove, solitaria e rossa come allora, timidamente si distende l’omonima masseria, bassa e lunga, quasi non volesse alterare il profilo del paesaggio.

Per anni non sono mai andato oltre Ostuni, ma non lo facevano neanche loro, i grandi. Ed è stato lì in quegli anni fra il ’55 ed il ’64 che ho sviluppato, quella che io chiamo la sindrome da finis terrae: per anni ho visto le rare automobili cariche di bagagli proseguire sull’Adriatica, oltre Ostuni.

Io non sapevo né riuscivo ad immaginare dove andassero; le vedevo proseguire oltre una sorta di Colonne d’Ercole che la mia immaginazione di bambino aveva creato e le vedevo allontanarsi per poi svanire per sempre, risucchiate dalla luce accecante del Sud che sembrava ingoiare tutto, uomini e cose. Ma la cosa non mi spaventava, anzi solleticava la mia curiosità, il mio desiderio di sapere cosa c’era oltre quel confine immaginario; mi intrigava sapere incontro a quale ignoto destino andassero  quelle poche affaticate automobili. Era un pò come se oltre quel confine il mondo assumesse una dimensione vaga, indefinita. Ma questa è un’altra storia. Intanto silenziose e magiche come in un sogno scorrono le immagini di un passato lontano e recente.

 Ostuni, pigramente adagiata sul suo balcone naturale, aspetta. Mentre  la mia ombra lascia un’impronta sui muri bianchi.

One Response to “Ostuni Express”

  1. la cugina di ostuni  on aprile 6th, 2010

    devo dire…bellissimi ricordi e parole che evocano questi posti come un luogo dell’anima.E chi ci vive sempre, dove troverà altrettanto?
    Per libertà assoluta, non sarà che ti riferisci a quella mia, quando non ti cucino niente e non me ne preoccupo proprio, giusto per non farti sentire condizionato? Dimmelo,eh? se è un velato rimprovero!!!! Sto scherzando….ma…a proposito…quando scendi?


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