Abbiamo perso il treno – parte II

Ancora sulla Capranica-Civitavecchia, ancora sulle tracce di un passato recente. A tratti brevi, per non consumare tutto troppo in fretta. E pian piano questa ferrovia sta svelando tutti i suoi segreti.
Autostrada per Civitavecchia ma il meno possibile, poi ci inerpichiamo su verso Tolfa e poi Allumiere: per chilometri niente tracce umane, solo colline, boschi e forre e curve, tante quante uno non si aspetta neanche sulle Dolomiti! Da Allumiere si scende a precipizio e deviamo per il borgo della Farnesiana. La prima impressione, con la chiesa isolata ed il piccolo borgo che si specchia nell’acqua, è quella di un luogo particolare, fuori dal tempo. Poi subito sbuca una lunga teoria di fuoristrada, per fortuna sono diretti altrove. Spariscono in una nuvola di polvere.
Ci riapproriamo della scena ma appena dietro la chiesa sembra di essere piombati in zona di guerra, Beirut 1982: macchinari, e materiali di ogni genere, contorti e arrugginiti, abbandonati ovunque; si direbbero i resti di un esercito sconfitto ed in fuga. Ma quì di sconfitto c’è solo la cultura, l’amore per le cose belle, il buon gusto. L’epicentro di questo terremoto per gli occhi e per l’anima è l’azienda agrituristica che gestisce alcune strutture della Farnesiana trasformati in ristorante e albergo. Quando, a malincuore, decidiamo di mangiarvi qualcosa (per mancanza assoluta di alternative) ci ritroviamo seduti intorno ad un tavolo dentro uno squallido capannone simil-industriale addossato all’edificio che una volta era il granaio del borgo. Altri due o tre tavoli galleggiano nella triste e grigia immensità di questa struttura, una colata di cemento sotto i nostri piedi per pavimento. Una deprimente balera arrangiata alla meno peggio, per l’appunto. Capisco d’incanto perché non mi piace il liscio. D’intuito ci accomodiamo lì; nel ristorante vero e proprio è una bolgia famelica di gitanti domenicali che si accalcano in un girone dantesco intorno ad un buffet e ad una sorta di tavola calda dove le vivande arrivano a singhiozzo. Consumiamo in fretta – e speriamo altrettanto in fretta di dimenticare – per catapultarci fuori e riprenderci qualche immagine più gratificante.
Invano: il quadro è completato da un enorme spiazzo adibito a parcheggio “alla come capita”. Le auto buttate a casaccio su una superficie spropositata, violentano senza pietà chiesa e borgo che meriterebbero il rispetto delle distanze e di quell’isolamento che li hanno caratterizzati per secoli. Ma qui forse conta solo fare soldi: e così facendo non hanno inaridito solo i loro cuori ma, ahimè, anche i luoghi che appartengono a tutti noi.
Ci lasciamo alle spalle questa immagine…dissociata e poche centinaia di metri più sotto siamo sul tracciato della vecchia ferrovia e alla piccola stazione di Allumiere. Al pari delle altre è anche lei in rovina, ma un pò meno: la natura sembra non azzardarsi ad entrare dentro, come se questo piccolo edificio liberty, altezzoso nel suo isolamento, avesse scoperto il segreto per tenere a distanza l’estraneo mondo vegetale. Altri estranei invece, specie a due zampe, al suo interno hanno lasciato ampie tracce del loro passaggio. Graffiti grondano dai muri affaticati dal tempo e dalle intemperie: esortazioni, detti, suggerimenti, disegni –per così dire- esplicativi e facce da cartoon si rincorrono in una girandola infinita. Una scatola magica dove puoi trovare l’espressione più verace di una umanità anonima ma genuina; quasi spensierata ma ricca di una sua filosofia. Gianluca ed io (questa volta siamo solo noi due, cacciatori d’immagini duri e puri) ci disperdiamo dentro e fuori la stazione che col trascorrere del tempo ha perduto qualche piccola costruzione annessa; poche decine di metri e la dimensione spazio- tempo perde le sue connotazioni, il rapporto verso l’esterno è solo con le immagini.
Di nuovo in macchina, si prosegue sulla strada bianca che attraversa un paesaggio bello di colli azzurrognoli, boschi e campi a perdita d’occhio su cui, per dirla alla Pascarella, “…er core te s’apre come ‘no sportello”. L’ultimo tratto di ferrovia scende dolcemente verso il mare e come un fiume carsico, appare e scompare tra gallerie, tagliate e tratti allo scoperto. Poi, appena in alto ed isolata come allora, Cencelle con le sue rovine un po’ lugubri. Ma da quassù lo sguardo vola intorno libero e carico di emozioni.
Sono le ultime immagini della giornata, le nuvole giocano col sole ormai basso e noi ci prepariamo già per la prossima incursione in questo passato dimenticato. Dentro ci portiamo la sensazione di avere attraversato luoghi dove aleggiano ancora il sudore , la fatica e l’isolamento delle donne e degli uomini che quì hanno lavorato e consumato le loro vite.


































































