Un paese abbandonato

 

 

Ore 7.48 del 13 gennaio 1915. La terra trema nella Conca del Fucino. Una scossa tremenda: migliaia di morti, interi centri abitati rasi letteralmente al suolo, tanto da non lasciare in piedi alcuna testimonianza architettonica del passato. Tutto spazzato via in pochi secondi. Avezzano, Pescina e tanti altri centri abitati, giù fino a Sora e dintorni, solo cumuli di macerie.

Ci sono ancora, sui monti intorno alla Conca, testimonianze di quel terribile 13 gennaio: Sperone, una minuscola frazione di montagna, è una di queste. Ci si arriva con una stradina bianca che si dirama dalla statale che da Pescina sale su verso Pescasseroli.

Conserva ancora la frazione dove, un poco più a valle, furono costruite le case “asismiche” per tentare di far rivivere il paesino. Non servì a molto se non a diluire l’agonia nell’arco di alcuni decenni, poi –negli anni ’60- l’abbandono definitivo. Ma non fu solo colpa del terremoto: la vita stava cambiando, il progresso offriva nuove opportunità, sopravvivere ai margini della vita civile non era facile. Così lentamente Sperone è scomparsa lasciando di sé soltanto le tracce dell’antico abitato e di quello più recente ma non meno diroccato: muri crollati, tetti sfondati, alberi cresciuti fra le rovine. Solo la torre medievale che domina l’abitato e la vallata resta al suo posto, arcigna, indifferente ai secoli e alle sofferenze.

Nelle abitazioni diroccate e solitarie segni del passato ma anche di passati recenti. Tristezza. Passaggi fugaci forse di chi cercava rifugio o una piccola avventura. Ma a guardarsi intorno si capisce perché alla fine gli abitanti di Sperone si sono arresi: poche case sparse a caso sul fianco della montagna, non esiste traccia di strade,  solo viottoli incerti . Una sola regola: avere le facciate rivolte verso il sole. Perché d’inverno qui si restava isolati per mesi. Ci si chiede cosa tenessse quassù quei pochi abitanti. E allora più che il terremoto hanno potuto la solitudine, l’isolamento, la vita dura. Restano le case di pietra, vuote, a cielo aperto. Per tornare ad essere parte della natura.

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